Ripensavo a qualche tempo fa, a quando un paziente mi disse una cosa che mi è rimasta addosso:
“Mi ricordo di te da piccolo, qui in giro per lo studio.”
Nel nostro lavoro ci sono aspetti visibili: una cura, una radiografia, una procedura, una ricostruzione.
E poi c’è tutto il resto. Quello che non si vede, ma che spesso fa la vera differenza: il rapporto di fiducia nel dentista.
Perché sì, la tecnica conta. L’aggiornamento continuo conta. La precisione conta.
Ma se una persona torna, si affida, si sente tranquilla… di solito è perché nel tempo ha trovato qualcosa di più: ascolto, continuità, presenza.
La fiducia non nasce in una seduta: si costruisce nel tempo
La fiducia nel dentista è fatta di dettagli piccoli, ripetuti, coerenti.
È fatta di spiegazioni chiare, senza fretta. Di domande fatte nel modo giusto. Di una sensazione semplice: “qui mi sento seguito”.
Spesso si pensa che la fiducia sia una cosa “di pancia”. In realtà è molto concreta:
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sapere cosa stiamo facendo e perché
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capire quali sono le alternative
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sentirsi accompagnati nelle scelte, senza pressione
E soprattutto: vedere che l’attenzione non cambia, dal primo incontro ai controlli successivi. Perché la relazione vera si misura nella continuità.
Controlli e prevenzione: la parte più sottovalutata (e più importante)
C’è una frase che mi piace ripetere: la cura migliore è quella che evita problemi più grandi.
Un controllo periodico fatto bene non è “una formalità”. È un momento in cui si intercettano segnali piccoli, quando sono ancora gestibili:
un’infiammazione lieve, un carico masticatorio sbilanciato, una carie iniziale, un’abitudine che sta creando stress.
Ed è qui che la fiducia diventa pratica: perché una persona accetta il richiamo, torna volentieri, si lascia guidare nella prevenzione… quando sa che quel tempo è speso bene, con criterio e senza allarmismi.
A volte basta poco per fare tanto: una correzione, un consiglio mirato, un controllo in più nel periodo giusto. E nel lungo periodo, questa costanza vale più di qualsiasi “intervento miracoloso”.
Dal 1960 a oggi: strumenti diversi, stesso obiettivo

La sala di attesa dello Studio Poggio nel 1960

Una sala operativa di oggi
La tecnologia cambia, e meno male. Oggi abbiamo strumenti più precisi, diagnosi più accurate, protocolli sempre più efficaci.
Ma il punto non è “avere l’ultima novità”. Il punto è usare ciò che serve davvero, nel modo giusto, per la persona che abbiamo davanti.
In fondo, il nostro obiettivo è sempre lo stesso: prenderci cura delle persone, bene, a lungo.
Ed è forse questa la parte più “invisibile” del nostro lavoro: non solo fare, ma seguire.
Non solo risolvere, ma accompagnare. Non solo oggi, ma nel tempo.

