“Sorriso Gucci”: elogio dell’imperfezione?

Il “sorriso Gucci”:  il brand del lusso per eccellenza sceglie un sorriso visibilmente non estetico per propagandare la sua ultima linea di cosmetici.

gucci smile

Nella nuova campagna pubblicitaria di Gucci campeggia il sorriso con gli spazi vuoti di due agenesie degli incisivi laterali della rockstar punk e modella Dani Miller. 

L’evidente imperfezione del “sorriso Gucci” fa notizia. Il profilo Instagram della maison di moda fa oltre 700mila likes, oltre 10 volte i likes che normalmente raggiungono i suoi post.  L’obiettivo di far notare il nuovo lipstick molto più di quanto farebbe un sorriso armonioso e regolare è raggiunto.

 gucci smile

Il giorno seguente i media del settore parlano di “celebrazione dell’imperfezione”.

La scelta del termine “imperfezione” per definire il “sorriso Gucci” è piuttosto calzante.

Non stiamo in effetti parlando di una “malattia” dei denti, piuttosto di quella che possiamo chiamare una “variante anatomica”.

 

Non stiamo in effetti parlando di una “malattia” dei denti, piuttosto di quella che possiamo chiamare una “variante anatomica”.

 

 

sorriso gucci

L’agenesia bilaterale degli incisivi laterali superiori è un evento relativamente frequente. Da un punto di vista di funzione  masticatoria un’agenesia di questo tipo non ha sostanzialmente impatti di nessun genere sulla salute.  In altre parole la paziente della foto è definibile come sana dal punto di vista orale.

Il tema ovviamente è l’impatto estetico del sorriso sul benessere psicofisico. Un’intervista disponibile sul web alla modella della campagna di Gucci rivela una lunga storia di sofferenza psicologica per le prese in giro da quando era bambina.

Ma la piccola paziente nel suo percorso umano è diventata una rockstar punk.

Il suo difetto diventa un punto di forza ostentato, l’ostentazione dell’imperfezione che la campagna pubblicitaria ha genialmente utilizzato. 

È importante sottolineare come una situazione di questo tipo, proprio perché caratterizzata da uno stato iniziale antiestetico ma di salute in senso clinico, quando trattata richieda una gestione specialistica molto accurata.

L’obiettivo è assolutamente di raggiungere un risultato estetico che non determini nel tempo un peggioramento funzionale e biologico. Attualmente le opzioni di trattamento delle agenesie degli incisivi laterali sono due. La prima è la chiusura degli spazi con un cosiddetto “camouflage” protesico ricostruttivo. La seconda ipotesi è l’apertura degli spazi con l’utilizzo o di protesi adesive (cosiddetti ponti “Maryland”) o di impianti osteointegrati a sostenere le corone protesiche che sostituiranno gli elementi mancanti. Importante il fatto che  eventuali impianti osseointegration debbono essere inseriti solo a crescita facciale ultimata, in genere abbondantemente oltre i 20 anni di età. L’inserimento precoce di impianti determina infatti alterazioni a livello della crescita dell’osso di supporto. Queste alterazioni possono risultare in effetti poco estetici.

A parità di condizioni anatomiche favorevoli la chiusura degli spazi appare essere la soluzione più biologicamente compatibile a lungo termine con uno stato di salute complessivo della bocca. Condizioni anatomiche specifiche possono però rendere la chiusura degli spazi non realizzabile in molti casi. 

In tutte queste terapie il ruolo di un’attenta gestione interdisciplinare è fondamentale. 

Il paziente con agenesie, non soffrendo di una malattia dentale o gengivale ma di quella che in sostanza è una “variante anatomica” per nessun motivo deve trovarsi a fine trattamento con condizioni biologiche di salute dentale o parodontale (le gengive) peggiori di quelle con cui ha iniziato.

Da molti anni ci occupiamo di gestire questo tipo di “imperfezioni”.

Nel 2005 abbiamo pubblicato dati a lungo termine sulle alternative terapeutiche nel trattamento delle agenesie. Se l’opzione “spazi aperti” del sorriso Gucci sia, al di là di una efficacissima strategia di comunicazione, anche una futura tendenza fashion è compito che va al di là delle competenze cliniche…

 

Mal di schiena: e i denti?

Curare il mal di schiena, curare i denti. Due terapie che (ahimè) comunemente avvengono nella stessa persona adulta, a volte in periodi concomitanti.

Ma invece curare i denti per curare il mal di schiena?

Molto spesso i pazienti (e anche alcuni dentisti) desiderano che la risoluzione di un problema di origine dentale scateni un circolo virtuoso di miglioramenti in altre parti del corpo, vicine (il collo, gli occhi) o a volte più lontane (la schiena, le gambe, i piedi…). Desiderare, la risoluzione di un problema comune, quale una patologia cronica muscolo scheletrica come il mal di schiena è lecito, è certamente un desiderio per una “buona causa”. Ma la medicina non è fatta di legittimi desideri ne di teorie non verificate.

Ci piace alle volte pensare che il desiderio di ottenere qualcosa corrisponda alla sua effettiva realizzazione.

Purtroppo così non sempre è.

mal di schiena

Molte teorie sono state formulate sulle relazioni tra denti, occlusione (il “combaciamento” dei denti) e schiena e postura.

Alcune di queste teorie sono antiche ed affascinanti, al limite dell’esoterico, altre sono sostenute da strumenti dall’aspetto moderno e scientifico. Misurando fenomeni complessi come la masticazione, l’equilibrio, è possibile riempire di dati numerici la schermata di un computer, generare decine di indici, test etc. Tutto questo può essere fonte di informazioni a fine di ricerca, ma purtroppo può essere anche causa di molta confusione clinica.

Desiderare, la risoluzione di un problema, quale una patologia cronica muscolo scheletrica è lecito, è certamente per una “buona causa”. Ma la medicina non è fatta di legittimi desideri ne di teorie non verificate.

Indipendentemente dal contesto tutte le teorie formulate sulle possibilità di terapia basate su interazioni tra occlusione e patologie di altri distretti  restano ad oggi teorie.

Sostanzialmente per nessuna di esse la medicina ha identificato una chiara evidenza (quella cosa per cui invece molti interventi, molte cure, molti farmaci sappiamo che funzionano).

Concretamente oggi cosa sappiamo sulle relazioni tra denti, occlusione e schiena e postura?

Recentemente alcuni colleghi italiani con competenze riconosciute a livello internazionale al riguardo hanno formulato un breve testo di “linee guida” basate sulle “evidenze scientifiche” su questo argomento.

Le evidenze scientifiche sono considerate dalla comunità internazionale di esperti di un argomento le prove verificate della esistenza di relazioni tra sintomi e cause, della efficacia delle terapie, praticamente le “testimonianze scientifiche” che qualcosa avvenga in modo prevedibile e ripetibile. Esistono certamente oltre a prove di veridicità anche testimonianze personali che qualcosa funzioni, ma nella misura in cui si tratta di un evento unico ed eventualmente irripetibile è ovviamente impensabile farne una terapia di routine.

La biologia non è in grado di escludere che mentre bevo un bicchier d’acqua io possa guarire da un tumore (in altri tempi si parlava di guarigioni miracolose), ma certo è che se anche questo fortunato caso si verificasse non se ne potrebbe fare una tecnica di terapia routinaria.

La sintesi delle loro conclusioni, disponibile a questo link è interessante nella sua linearità: è del tutto ovvio che la testa non è “scollegata” dal resto del corpo. Ma è altrettanto evidente che una relazione anatomica per quanto esistente non fa diventare la situazione dentale il “centro dell’universo” quando si verifichino dei problemi e si renda necessario attuare delle terapie.

Indipendentemente dal fatto che i denti necessitino di terapie per problemi biologici (carie, malattie delle gengive) o per motivi estetici le relazioni con la risoluzione di mal di schiena, problemi posturali e altro sono del tutto indefinite e indimostrabili.

Uscire dai paletti di questa semplicissima valutazione può diventare molto pericoloso.

sorriso

 

Un bel sorriso è un sorriso sano?

Cosa serve per avere un sorriso sano? La bellezza del sorriso si associa a valutazioni che immediatamente collegano il bello all’idea di salute. Più in generale idealmente colleghiamo al bello il concetto di sano.
“Sorriso bello” uguale a “sorriso sano”.
Guardando un volto istintivamente siamo portati ad associare un sorriso armonioso e bello ad una idea di salute e di pulizia della persona.
Pensiamo allo storico film con un Alberto Sordi “dentone” che doveva faticare tremendamente per lavorare in televisione a causa di un brutto sorriso, o restando nel cinematografico ma più recente “Bohemian Rapsody” al cantante Freddie Mercury a cui a causa di brutti denti furono inizialmente proposte terapie complesse da lui non accettate.
Nel film i compagni di band di Freddie gli dicono che con quei denti non potrà mai avere successo.
Studi scientifici recenti sulla comunicazione  non verbale ci dicono che la percezione del significato di un bel sorriso a seconda delle aree geografiche del mondo si estende all’idea di intelligenza ed all’idea di onestà (singolarmente in Italia un bel sorriso è più associato all’idea di onestà che non a quella di intelligenza, nei paesi nord Europei viceversa a entrambi).
Nel nord America all’idea di bel sorriso si associa un idea di miglior performance economica, da cui la forte spinta verso trattamenti estetici (faccette in ceramica per ricostruire la parte esterna del dente, sbiancamenti dentali per denti sempre più bianchi).
In Europa ed in Italia la richiesta estetica è ancora all’interno di parametri di relativa normalità. Si parla a volte di estetica “hollywoodiana” e di estetica europea ad indicare un bello non eccessivamente stereotipato ma in armonia con il volto e l’individuo.
L’importanza della terapia e della prevenzione relativamente al sorriso e dunque alla bocca in senso più ampio ha quindi a che vedere sia con lo stare bene (brutto sorriso, brutti denti, malattie dei denti, dolore) che con l’essere percepiti bene (bel sorriso, bella persona)
In concreto un bel sorriso è certamente prima di tutto un sorriso sano, quindi il raggiungimento del “bello” passa per controlli regolari e appuntamenti periodici di igiene orale presso studi dentistici, viceversa in presenza di problemi a denti e gengive (una bocca “non sana”) normalmente mancherà anche la bellezza, saranno necessarie terapie per curare i problemi presenti, le stesse terapie potranno essere orientate al miglioramento dell’estetica. Ma è importante aver chiaro che un sorriso sano può anche non essere esteticamente ideale.
è importante aver chiaro che un sorriso sano può anche non essere esteticamente ideale
Per questo motivo, in presenza di salute orale, la realizzazione di miglioramenti del sorriso in senso estetico va sempre valutata nell’ottica di terapie che non siano inutilmente distruttive o irreversibili, soprattutto in soggetti giovani dove una terapia estetica non adeguatamente gestita potrebbe creare nel corso degli anni la necessità di ulteriori e più complesse terapie. Il raggiungimento di estetica a danno della salute dei denti è purtroppo un evento non occasionale e di recente sempre più frequente.
Su questi temi ho avuto modo di esprimermi di recente in una intervista su Rai Radio 1 con la giornalista Annalisa Manduca, nel ruolo di presidente 2019-2020 della Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica, la società scientifica che da 40 anni raduna i dentisti italiani più competenti in materia di protesi.

“Root Cause”: il tuo dentista è cattivo?

Root Cause è un docu-film Netflix che presenta in modo suggestivo ed emozionale teorie sui danni causati alla salute generale dai denti devitalizzati.

Ieri sera sfogliando Netflix (attività che talvolta rischia di durare anche più della vera e propria visione di film e serie…) ho incontrato “Root Cause”, un docu-film di qualità assolutamente professionale dai contenuti “suggestivamente” inquietanti.

E’ una storia a tesi, legata allo story telling di un uomo alla ricerca della causa di problemi di salute indefiniti ma gravi. La causa dei suoi mali (ma verrebbe da dire la causa di ogni male, guardando tutto il docu-film) è…….. l’endodonzia, ovvero la presenza di denti devitalizzati.

In effetti la traduzione letterale del titolo, che gioca con il termine inglese “root/radice”, è “la causa ultima”, ed i teschietti al posto dei denti nella foto della locandina sono indicativi del tenore del video.

Nel corso del “docu-film” professionisti dalle facce francamente inquietanti (e del tutto sconosciuti nel mondo odontoiatrico, anche se descritti come “famosi”) danno infatti spazio ad ogni genere di illazione sui rapporti tra devitalizzazioni e malattie di ogni genere (dalla stanchezza cronica al tumore, passando per ogni possibile situazione intermedia possiate pensare).

Non vi voglio togliere la curiosità di sapere come va a finire, anche se forse già intuite che le tesi di Root Cause non  sono le mie.

Indipendentemente dai miei gusti personali gli autori hanno fatto decisamente un buon lavoro, ma su una cosa non sono d’accordo: definire Root Cause un “docu-film”.

Root Cause è un film, un “meraviglioso” film, assolutamente vero, vero come un horror, vero quanto “ET“, vero quanto “Armageddon“, forse però meno vero di “Matrix“:

Di fronte alle tesi (del tutto prive di qualsiasi riscontro nel mondo del reale) di questo film ognuno di noi può infatti scegliere se prendere la pillola con cui credere alle fantasie (in questo caso le fantasie di Root Cause) o scegliere la pillola della realtà ed accettare banali e molto ben documentati fatti:

con una buona terapia endodontica è possibile salvare un dente e conservarlo egregiamente, senza alcun rischio per la salute generale.

Se volete qualche “pillola di realtà” sulla presunta nocività dei trattamenti endodontici eccovene alcune:

  • oltre 25 milioni di terapie canalari sono effettuati ogni anno nel mondo con sicurezza ed efficacia
  • non esiste nessuno studio pubblicato che mostri che “il 97% dei pazienti affetti da tumore aveva subito terapie endodontiche” (una falsità ripetuta nel film).
  • le critiche alla sicurezza delle terapie canalari risalgono a concetti medici di circa 100 anni fa ampiamente superati (erano già antiche quando mio padre iniziò a fare il dentista nei primi anni ’50)
  • “purtroppo” (sarebbe ahimè a volte bello crederci e facile risolvere così problemi gravi) la contemporanea presenza di una terapia endodontica in una persona che abbia malattie più o meno gravi non ha alcun valore di dimostrazione causale. Solo un’associazione statistica tra presenza di terapie e aumentata incidenza di specifiche patologie sarebbe dimostrativa in un rapporto. Questa associazione non è mai stata documentata in nessun tipo di studio.

Se siete arrivati fin qui e vi piacciono i film horror prendetevi un’ora di tempo e guardatelo assolutamente, se invece avete dei dubbi sui vostri trattamenti endodontici prendetevi sempre un’ora di tempo e fissate oggi una visita, vi aspettiamo per rispondere in modo esaustivo ad ogni vostro dubbio.

In entrambi i casi (che vi piacciano gli “horror” o che abbiate denti devitalizzati), prendetevi un minuto per firmare anche voi questo Patto per la scienza, visti i tempi ce ne è evidentemente bisogno.

AGGIORNAMENTO AL 26 FEBBRAIO:

Netflix ha rimosso il documento-film Root Cause dalla programmazione a livello globale. Evidentemente si sono resi conto che la divulgazione di teorie pseudo scientifiche del tutto insostenibili in un contraddittorio li esponeva a rischi legali.

Dentisti eccezionali “online” e nel mondo reale

Di prassi la più banale delle cose nell’epoca dei social media diventa  “eccezionale“.  Fra i dentisti la più semplice delle terapie grazie alla comunicazione diventa “straordinaria“, un  evento qualunque “imperdibile” se non “l’evento dell’anno“. Una terapia estetica corretta nella forma quanto spesso nella sostanza indifferente è ovviamente “life changing“, normale deontologia certamente “odontoiatria etica“. La più becera delle iniziative commerciali è “il corso che cambierà la storia“. Online esistono solo “dentisti eccezionali”.

Tutta questa “straordinarietà” ovviamente si può misurare in like, share e altri parametri di  eccellenza apparente ormai contabilizzabili in decine e centinaia di migliaia, dunque comparabili e apparentemente spendibili. Le iperboli si sprecano, la storia si rivoluziona, la scienza si fa e si disfa, ogni giorno, 24 ore su 24, nei post di Facebook. Il Belpaese degli otto milioni di baionette è ovviamente all’avanguardia dell’iperbole.

Ogni cosa online è, insostenibilmente, eccezionale.

Questo ovviamente in ogni campo, è di questi giorni il fallimento di un evento musicale definito a priori “imperdibile” con il beneplacito interessato di “influencer” potenti quanto comprabili.

La scorsa settimana viaggiando per  “turismo odontoiatrico alla rovescia”, (qualche migliaio di km per conferenze seminari e congressi) ho incontrato persone che, per chi mi legge online, causa inflazione del termine non posso certo definire eccezionali, ma che hanno indubbiamente fatto la storia nel mio campo. A Philadelphia ho tenuto un seminario agli studenti di Ernesto Lee, direttore del programma di Perio-Protesi della Penn University, programma che fu creato da Morton Amsterdam, forse uno dei corsi di specializzazione in odontoiatria più famosi nel mondo.  Nella stessa università ho tenuto una lezione agli studenti di Jeff Ingber, una persona che con una pubblicazione storica sui rapporti tra ortodonzia e parodontologia nel 1974 ha aperto prospettive di terapia interdisciplinare tuttora fondamentali.

A Sarasota ho partecipato al 99mo congresso dell’Academy of Prosthodontics, la più antica società scientifica di protesi del mondo, una società cui si partecipa esclusivamente su invito, che raggruppa circa 150 soci (fellows). Ho avuto l’onore di esservi accolto come “associate fellow“, il primo gradino associativo, nella stessa cerimonia di investitura di persone del calibro di Jean Francois Roulet, uno dei moderni padri dell’adesione dentale, e di Christophe Hammerle, direttore del dipartimento di Protesi dell’Università di Zurigo.

A ogni congresso immediatamente prima dell’installazione dei nuovi “fellows
l’Academy rende omaggio ai soci scomparsi. Nell’ascoltare la commemorazione resto colpito questa volta da quanto viene ricordato per uno di questi: dentista di livello, persona carismatica tra i colleghi, negli anni ’50 contemporaneamente  al percorso professionale rimarchevole riveste responsabilità pubbliche fino ad essere sindaco della sua cittadina, dove si distingue per la sua attività contro la segregazione razziale, prende posizione per contrastare episodi di corruzione e altro ancora.

Abbastanza stimolante per me per cercare informazioni su Google tra un break e l’altro e restarne affascinato, purtroppo a posteriori. Quanto leggo è abbastanza per me per definire una persona realmente eccezionale.

Venerdì mentre aspetto la cena finale del congresso una signora anziana ed elegante nei suoi capelli bianchi, incuriosita mi chiede chi fossi, mi son presentato semplicemente come l’ultimo nuovo associate fellow,  dall’Italia.

Ginny, come mi ha chiesto di chiamarla, con sorriso aperto e sguardo di accoglienza dice: “Mio marito è stato per molti anni fellow dell’Academy, questo è il primo anno che non è potuto venire perché è in Paradiso“.

Tra il timore di fare una gaffe e uno strano emozionante presentimento chiedo: “…forse quell’uomo che ho sentito commemorare all’inaugurazione del congresso?”. Vedendola sorridere le dico quanto mi abbia colpito e come fosse stato emozionante e realmente di ispirazione sapere di entrare a far parte di un gruppo che aveva avuto al suo interno persone di tanto spessore.

Alle mie parole Ginny, Virginia Long, vedova del dr. Hart Long, life fellow dell’Academy, già sindaco di Daytona Beach, scomparso a 96 anni il 6 ottobre 2016,  guardandomi si è commossa, mi sono commosso anch’io, mi ha abbracciato calorosamente, i suoi occhi pieni di lacrime non alteravano minimamente l’impressione comunque sorridente e positiva del volto.

Se di una settimana di vita nella memoria può restare un solo minuto di questa settimana intensa so che resterà quell’abbraccio.
Più tardi vedendola ricevere l’unica lunghissima standing ovation della serata in mezzo a più di cento dentisti da tutto il mondo realmente eccezionali,  ho realizzato quanto sia stato fortunato il mio incontro.

Porto a casa il ricordo caldo e umano, l’emozione commossa di un incontro indiretto ma allo stesso tempo fisico con una Persona Eccezionale.

Nella vita reale per fortuna l’eccezionale è evento raro che quando si incontra lascia traccia.

Sono stato anch’io in Romania per i denti…

Lo scorso mese sono andato in Romania, a Bucharest, per una questione di denti: mi sono trovato bene e ci tornerò a settembre.

 

No, non sto facendo outing come turista odontoiatrico, non sono andato a curarmi i denti, ero invitato a tenere una conferenza all’interno del congresso annuale dell’Associazione dei Dentisti Privati della Romania, tornerò a Bucharest, come keynote speaker al prossimo convegno dell’European Prosthodontic Association questo settembre.

E’ stata un’esperienza molto interessante, sia umanamente che odontoiatricamente.

Umanamente Bucharest è una città in cui la storia recente è ancora intrisa nei muri, dall’edilizia di regime comunista ai segni dei proiettili della rivoluzione dell’89 che ricordo ancora sui nostri telegiornali d’allora. E’ emozionante sentire i racconti da chi c’era e vedere quanta Storia sia trascorsa in poco più di un quarto di secolo.

Professionalmente ho conosciuto colleghi di ottimo livello, con competenze, determinazione e molta voglia di darsi da fare. Alcuni di questi sono ad un livello qualitativo realmente elevato, direi pari al miglior 5% dei miei colleghi italiani (in effetti sono probabilmente il miglior 5% dei dentisti rumeni). Ho visto piani di trattamento complessi perfettamente realizzati e gestiti in modo molto accurato. Nella realizzazione di elaborate e complesse terapie protesiche interdisciplinari ho visto una meravigliosa cura dei dettagli, ho visto gestire in tempi biologici adeguati trattamenti decisamente complessi. Ho visto bei denti fatti da bravi odontotecnici.

Personalmente se vivessi li mi farei curare assolutamente da alcuni di loro.

Ma non vivendo li se dovessi andare apposta a farmi curare, da “turista odontoiatrico” sinceramente non ci andrei.

Il cosiddetto “turismo odontoiatrico” sempre più spesso viene identificato come una soluzione possibile al costo del curarsi i denti.

Ogni terapia complessa ha ovviamente un costo, non solo economico (va da se che il costo del lavoro e la tassazione in Romania sono molto minori che in Italia, con scontate ricadute sui costi finali di qualsiasi prestazione lavorativa, ragione che ha favorito in altri campi ad esempio la delocalizzazione di molte aziende italiane).

Il costo vero di una terapia complessa è il tempo che ci vuole a farla.

Ovviamente non sto parlando del tempo di esecuzione di una singola fase: un bravo operatore sa essere più veloce di uno mediocre perché ha esperienza e conosce meglio quello che sta facendo. Parlo del tempo necessario a ricostruire condizioni estese conseguenti a patologie dentali e parodontali che abbiano colpito l’intera bocca, quelle condizioni in cui il costo complessivo delle terapie si fa sentire maggiormente.

Certamente l’evoluzione di tecniche e metodi hanno ridotto tempi di gestione della terapia, ma inevitabilmente se volete una terapia per un problema complesso e che sia anche di qualità elevata, necessariamente il vostro dentista (che sia a Milano, a Bucharest, a Taiwan o a Capetown) dovrà rispettare procedure dettate da tempi biologici.

Ci vogliono appuntamenti, ci vogliono controlli. Una terapia complessa di qualità elevata non si fa in un fine settimana, o due.

Dunque se volete andare a fare terapie di ottima qualità all’estero vi posso dare i nomi di ottimi colleghi, ma se il problema è complesso la soluzione richiederà tempi adeguati e molti viaggi, in definitiva una gestione, anche economica, tutt’altro che semplice (in alternativa ci si può trasferire per qualche mese, ma dubito possa essere vantaggioso).

Una terapia di una situazione complessa in tempi ridotti (quali quelli che normalmente una persona può pensare di passare all’estero) purtroppo darà inevitabilmente un risultato di compromesso.

Qualcuno che fa le cose veloci e facili lo troviamo anche in Italia, con tutte le conseguenze anche gravi della sottovalutazione di un problema di salute (ieri sera ne parlava anche Mi Manda Rai 3).

Il problema non è essere in Italia o in qualsiasi altro paese: esistono dentisti molto bravi in molte nazioni. Il problema è fare bene quello che serve con i tempi che servono, tempi che per ogni situazione complessa mal si conciliano con il concetto di turismo odontoiatrico (vado-sistemo-torno).

Purtroppo presto e bene difficilmente vanno insieme, come diceva la mia nonna e (ho scoperto) anche le nonne di tanti miei bravissimi colleghi stranieri.

“Dottore il laser cura le gengive?”: comunicare ai pazienti nell’epoca delle fake news

Ieri stavo visitando una paziente per un problema di parodontite cronica. Mentre le stavo spiegando le cause e le necessarie terapie la paziente molto cortesemente e con curiosità mi ha chiesto “Dottore ho letto su internet che il laser serve per curare le gengive, lei usa il laser per curarmi?

Ho spiegato alla signora quello che so relativamente all’efficacia clinica dell’utilizzo di laser per la terapia della parodontite, facilitato in questo dalla posizione esplicitamente espressa dalla Società Italiana di Parodontologia sia in sede di letteratura internazionale che in sede di news online.

E’ noto che il laser nulla aggiunge alle consuete procedure di terapia parodontale non chirurgica.

La signora ha ascoltato le mie parole e spontaneamente ha commentato “Allora quello che ho letto su Internet è solo un modo di fare pubblicità!

Purtroppo spesso non è così semplice farsi capire dai pazienti, purtroppo spesso non ci sono prese di posizione così nette da parte di fonti autorevoli che possono essere percepite dai pazienti come credibili. In quei casi la difficoltà principale nello spiegare ad un paziente quanto in realtà può o non può essere fatto clinicamente è nel non essere percepiti come un altro dentista che compete per “accaparrarsi” il paziente.

Nell’epoca delle “fake news” il problema della credibilità di ciò che è scientifico, spesso per sua natura dunque anche impreciso e non definito rispetto alle tipicamente assolute verità pseudoscientifiche è un problema complesso e dibattuto.

Fortunatamente nel piccolo campo odontoiatrico il vantaggio dello stare dalla parte delle migliori evidenze scientifiche disponibili è che spesso si finisce per proporre al paziente meno terapia anziché più terapia: spesso, come giustamente percepito dalla paziente relativamente ai promessi miracoli del laser per la cura della parodontite, chi propone terapie pseudoscientifiche lo fa perché questo garantisce un cospicuo “over treatment“.

Nel campo ad esempio delle complesse e complicate (e non dimostrate) correlazioni tra occlusione e postura può essere davvero difficile far capire ad un paziente affetto da una patologia cronica e alla giusta ricerca di terapia che la temporanea percezione di miglioramento conseguente ad un trattamento può non essere una prova del fatto che quel trattamento funzioni.

Per fortuna è difficile essere percepiti come “a caccia di lavoro” se banalmente si spiega che un trattamento molto complesso indicato come indispensabile per risolvere un problema di bruxismo nella migliore delle ipotesi se fatto a regola d’arte ripristinerà tessuto dentale perso con qualche sostituto artificiale, ma in nessun modo “curerà” un problema di origine non dentale.

A volte pazienti visitati e trattati da carismatici guru esprimono convinzioni estreme rispetto alle quali ogni posizione che anche solo relativizzi correlazioni percepite come assolute verità viene accolta in senso estremamente negativo.

Il rischio di stare dalla parte della migliore evidenza scientifica disponibile è a volte quello di perdere qualche lavoro in più, un rischio che in fondo in un epoca di ben più grandi emergenze ed incertezze si può anche correre.

Corona e le corone: la comunicazione social e i dentisti

fabrizio-corona-grazia

Corona e le corone: un caso mediatico…

In un mondo di blog, post, comunicazione 2.0 e molto altro ancora, anche la categoria dei dentisti ha guardato e guarda con attenzione ogni mezzo che possa consentire di meglio comunicare ai pazienti messaggi relativi alle varie terapie, che sia una corona o che sia altro.
In questi giorni un video odontoiatrico su YouTube con protagonista Fabrizio Corona e le sue corone sta spopolando con decine di migliaia di visualizzazioni. Se allo stesso tempo se ne occupano una regina del gossip come Selvaggia Lucarelli e una testata come Il Fatto Quotidiano, in genere più propenso a altri  temi evidentemente il fenomeno è davvero trasversale (per quanto le conclusioni siano univoche, per la Lucarelli è “trash come un porno“, per il Fatto è “il marchettone dell’anno”).

Colleghi di tutta Italia hanno commentato quest’opera (dotata di regista e casa di produzione, come ogni “cortometraggio” degno del nome). I commenti sono per lo più relativi a quanto sia trash il video, a quanto siano improbabili le cose dette, a quanto siano esteticamente scadenti le ormai celebri “corone di Corona”. Ma se è vero il vecchio adagio “l’importante è che se ne parli”, 200 mila visualizzazioni davvero non son poche e credo che tanti che a parole sdegnano l’audace impresa di comunicazione sotto sotto vorrebbero veder rimbalzare il proprio nome e link quelle migliaia di volte, che importa che sia per dire “guarda che brutta corona!”.
A prescindere dal fatto che non sempre è valida la strategia “l’importante è che se ne parli“, come ha tremendamente scoperto Walter Palmer, il dentista americano diventato celebre per l’uccisione del leone Cecil, così “celebre” da dover chiudere lo studio e sostanzialmente scomparire professionalmente, il polverone sollevato dal video in questione si presta a più di una riflessione sulla comunicazione social e i dentisti.

I social media hanno avuto in questi anni un impatto tremendo sulla comunicazione, anche in ambito medico. Oggi si dedicano seminari alla comunicazione medica sui social, e riviste scientifiche prestigiose pubblicano analisi sull’uso dei social per divulgazione. Se anni fa pochi maldestramente e al limite della disonestà puntavano alla comparsata sui giornali o a forme primitive di pubblicità televisiva o radiofonica oggi comunicare “quanto sono bravo” apparentemente è alla portata di tutti, e senza bisogno di pagare le vacanze a qualche giornalista (come la leggenda dice facesse un famigerato collega milanese) .“Broadcast yourself” era lo slogan iniziale di YouTube, quindi perché no il pensiero di molti.

Per ragioni familiari mi occupo di denti ormai da un numero sufficiente di anni per ricordare quando per un professionista anche solo l’idea di propagandarsi sarebbe stata disdicevole, ma sono molto consapevole di come il nostro mondo sia cambiato.

Anni fa dopo aver letto un libro ed aver avuto una lunga conversazione con Luigi Centenaro, il primo esperto di “personal branding” italiano, ho iniziato a utilizzare i social media come strumento di comunicazione professionale. Inizialmente quasi un gioco, poi un pezzo di attività professionale come un altro. Molti colleghi hanno storto il naso, oggi gli stessi sono fra i più attivi, da quello che scandalizzato mi descriveva come la polizia postale avesse spiegato nella scuola di suo figlio di star lontani da Facebook, al ricercatore illustre che sdegnato scriveva “raccontalo al popolo di Fb” al collega che tentava semplici forme di comunicazione scientifica odontoiatrica su social. Quotidianamente vedo che hanno decisamente cambiato idea e me ne rallegro. Solo un paio di anni fa per un commento son finito in una rubrica di una newsletter un po’ snob di una bella società scientifica alla voce “il peggio di internet“, oggi vedo con piacere che quella società è fra quelle più attive sui social. All’inizio eravamo in pochi, oggi vedo che ci siamo quasi tutti, e (cosa che mi fa davvero sorridere) chi non c’è sa tutto di cosa fa chi c’è. Il mondo è cambiato in fretta, alcuni si sono adattati prima di altri, a volte con qualche invidia di troppo, anche dai più insospettabili, la colpa quella di aver fatto quello che altri potevano fare.

Premetto subito che nel momento in cui ci si mette in un’ottica di comunicazione non giudico il criterio di scelta di quello che decidiamo di comunicare, ne il criterio con cui un professionista identifica il “testimonial” con cui propagandarsi, ne il fatto che questi testimonial possano essere semplicemente scritturati piuttosto che reali pazienti. Ho colleghi americani che investono cifre assolutamente importanti per questo genere di comunicazione. Non mi interessa giudicare il video, il personaggio Corona, nemmeno le sue corone. La questione non è se il personaggio sia Corona o Dustin Hoffman.

L’unico punto che mi interessa è che idea di rapporto medico paziente ci sia dietro alle forme di comunicazione scelte.
Ho la fortuna di lavorare da ormai un quarto di secolo in uno studio che ha visto passare dal 1959 ad oggi molte migliaia di pazienti. Abbiamo curato persone di ogni genere, da un paio di premi Nobel a umili operai, da principi della Chiesa a casalinghe non disperate e persino di Voghera, da attori celebri a persone del tutto ignote, da amministratori delegati di grandi gruppi a fattorini degli stessi, da poeti a ingegneri. Abbiamo soprattutto avuto la fortuna di curare famiglie, generazioni di famiglie, generazione dopo generazione.
Di ogni paziente credo che un clinico debba avere la responsabilità della cura, che condivide con il paziente (non per niente si parla di “alleanza terapeutica“) ma anche la responsabilità della riservatezza, che invece porta da solo (il paziente ovviamente è libero di parlare con chiunque nel male o speriamo nel bene del suo medico). Questo obbligo non lo vedo perché ce lo impongano anche rigorose leggi sulla privacy, ma perché per quanto mi riguarda una persona che si affida ad un medico non deve essere allo stesso tempo strumento di richiamo, inconsapevole o consenziente (o persino retribuito) che sia.

In altre parole se il miglior rapporto medico paziente è quello più diretto possibile, un rapporto “esposto” al mondo per ragioni di immagine cessa di essere diretto, ma diventa condizionato  da mille altri risvolti.
Non credo al “facciamoci una foto assieme” non perché mi manchi il paziente con cui fare la foto, ma perché banalmente per come vedo la mia professione mi manca la faccia per dirgli parole che corrispondano ad un “scusa, ti spiace se ti uso per farmi un po’ di pubblicità?”.
In parole povere se Tu paziente ti sei affidato a me per me la Tua fiducia è importante, dunque io semplicemente non ho  voglia di usare un rapporto di terapia per altro, per quanto sia altro di cui riconosco l’importanza.

Se ho deciso di comunicare preferisco comunicare quello che faccio io, i congressi a cui sono invitato a parlare, che siano in Italia, in qualche parte degli Stati Uniti piuttosto che in Cina.

Il nostro rapporto preferisco che resti protetto, perché mi rende tutto più facile e più chiaro.
Axel Munthe “medico alla moda” nella Roma di inizi ‘900 in un capitolo del bellissimo “La storia di San Michele” consigliava ai pazienti di temere un medico alla moda, “sarà di fretta con voi per correre a visitare la baronessa…”, oggi forse scriverebbe “temete il medico che si fa il selfie con il paziente, sarà più preoccupato di come viene nella foto che di altro”.

Ognuno di noi fa corone, qualcuno fa le corone a Corona ed è così contento da volerlo far vedere a tutto il mondo…, ma certamente i concetti che abbiamo sia di una corona che della gestione del rapporto medico paziente sono oggi molto vari.

In definitiva quello che conta è che il paziente è giustamente libero di scegliere che corona vuole così come che stile di rapporto. Anche questo è il bello di questo lavoro in questi tempi.

“Dentisti ladri” (o forse no). Tre cattive notizie e una buona.

Nei giorni scorsi siamo (la mia categoria) finiti sui giornali spesso. La discussione in Parlamento di emendamenti vari relativi al settore ha dato via libera all’espressione sui media di un’immagine della categoria in verità piuttosto negativa (“lobby”, “casta”, “nemici del mercato”, “nemici della salute”). Indubbiamente “cattivi”.

Di fronte ai “cattivi” i “buoni” rappresentati da investitori che nel nome del mercato con pagine acquistate sui giornali si sono posti come i difensori della salute dei pazienti. La polarizzazione di “buoni” e “cattivi” diventa molto marcata leggendo ad esempio i commenti online agli articoli dei quotidiani, dove rapidamente i termini diventano offensivi.

“Dentisti ladri” è capitato di leggere, (nonostante ogni critica sulla malasanità è difficile leggere ad esempio “medici ladri”).

Ieri coincidenza vuole prima due notizie di cronaca (nera) sul mondo dell’odontoiatria con altri potenziali “cattivi”, strano ma vero non dentisti. In serata poi ancora dentisti alla ribalta su Le Iene.

Copia di dentisti ladri1

La prima notizia: arresti in Lombardia per corruzione nella realizzazione di strutture odontoiatriche private convenzionate con la Regione (400 milioni di euro di affari). La seconda: arresto in Spagna del fondatore e proprietario della catena multinazionale Vitaldent (500 milioni di euro di fatturato) con un buon numero di suoi collaboratori, per frodi di natura fiscale e finanziaria e ipotesi di riciclaggio di denaro.

Copia di dentisti ladri 2

In serata per chiudere il servizio su Italia 1, praticamente un “publiredazionale” su un centro odontoiatrico croato con affermazioni surreali sulla biologia, tra l’altro del tutto prive di contraddittorio. Nessun accenno ad esempio al tema della sostanziale impossibilità di tutela medico legale per i pazienti per terapie condotte in quelle situazioni, ne al ruolo di prevenzione/terapia di mantenimento, che ovviamente per terapie che si vogliono complete in 2-3 appuntamenti non devono essere nominate, pena insinuare nel potenziale paziente il dubbio che una terapia non sia “per sempre” come un diamante comprato scontato, ma richieda controlli e integrazione biologica.

Al di là degli sviluppi  (accertamenti di colpe etc.) le due notizie e lo “spot pubblicitario” sono utili per un ragionamento semplice: la relazione economica dentista paziente è sempre potenziale fonte di problemi.

I costi elevati del nostro lavoro (soprattutto quando si privilegia la qualità) sono spesso di difficile comprensione per il paziente (e questo è certamente anche un problema di scarsa capacità di comunicazione del valore della cura da parte della categoria).  Il servizio delle Iene, pur nella sua evidentemente finta ingenua univocità lo conferma. Ma ogni volta che un anello in più si aggiunge alla già delicata catena economica dentista-paziente il rischio concreto è in definitiva si aggiungano ulteriori elementi di possibile problema economico. Inspiegabili e miracolosi tagli di costi spesso sembrano nascondere altro. Omissioni sulla biologia e sulla prognosi nei casi più semplici come Le Iene. Quando i valori in gioco sono elevati, come nel caso di appalti pubblici per molti milioni di euro o di aziende di dimensione internazionale il rischio concreto è quello di imbattersi vera e propria delinquenza, corruzione, riciclaggio di denaro.

Non la battuta squalificante, offensiva, fastidiosa ma pur sempre evidentemente battuta “dentista ladro”, ma delinquenza reale e, come per ogni “economia di scala” che si rispetti, su scala importante. Forse  i “cattivi” non siamo noi.

Ma c’è stato spazio anche per una buona notizia e delle speranze: proprio ieri in quanto socio AIOP (Accademia Italiana di Odontoiatria Protesica)  ho ricevuto il materiale divulgativo relativo al servizio che AIOP offre in collaborazione con Altroconsumo, una fra le principali associazioni di consumatori italiane.

Altroconsumo ha riconosciuto in AIOP la stessa chiarezza di intenti e desiderio di trasparenza che da anni ne fa un riferimento importante del settore. Il servizio “Chiedi al dentista” si propone innanzitutto di dare informazione corretta a pazienti sempre più spesso disorientati in un panorama di offerte come abbiamo purtroppo constatato dai contorni spesso poco chiari.

Se la catena migliore è la più corta, ovvero il paziente e il suo dentista, probabilmente l’alleanza migliore è la più diretta: associazioni scientifiche odontoiatriche che fanno della buona scienza la loro bussola e associazioni di cittadini che fanno del buon diritto la loro bussola. Chiarezza per chiarezza, liberi gli uni, liberi gli altri, qualità per qualità.

Dentisti e pazienti, nessun altro, questa la buona notizia. Noi continuiamo così.

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Liberalizzazioni dentisti e pensieri in libertà

In questi giorni fioccano articoli che parlano di liberalizzazioni dentisti e dintorni su tutti i quotidiani nazionali. La maggior parte degli articoli sono ovviamente critici relativamente all’azione intrapresa da ANDI (Associazione Nazionale Dentisti Italiani) in senso lobbystico per condizionare la proprietà delle catene di studi odontoiatrici. Ho già espresso la mia contrarietà a quest’azione dall’evidente ricaduta negativa su tutta la categoria. In sintesi il punto non è dove le terapie vengano effettuate, se in un “negozio odontoiatrico” su strada appartenente ad una catena creata da un finanziatore non odontoiatra che cerca profitto investendo in sanità piuttosto che in un più classico studio professionale appartenente ad un singolo dentista. Il vero punto è la qualità della prestazione erogata e l’esistenza di meccanismi di controllo e sanzione a tutela dei cittadini per quegli operatori sanitari che non rispondessero a livelli minimi di adeguatezza. Questo è il vero interesse dei cittadini.

Purtroppo azioni grossolane di lobby di questo genere gettano ulteriore discredito sulla nostra categoria.

Quello che però è assolutamente irritante è il fatto che in molti degli articoli pubblicati non ci si limiti ad un’oggettiva analisi della realtà ma si condisca il tutto di evidenti inesattezze sul mondo dell’odontoiatria.

dentisti politica

Un recente articolo su Il Foglio da parte del presidente della Adam Smith Society italiana, l’Avv. Alessandro De Nicola è un esempio interessante di “pensieri in libertà” sulla mia categoria.

Scritto a nome di una società che fa del “free thinking” il suo motto è un vero peccato che nella traduzione italiana in questo caso più che di “pensiero libero” si tratti di “pensieri in libertà” cioè privi di riscontri concreti. L’articolo critica un’iniziativa che come ho già espresso considero errata (emendamenti ANDI) ma lo fa fornendo una serie di inesattezze prive di riscontro.

La prima inesattezza è l’affermazione che “…l’Università, pur avendo disponibilità più ampia ..” produca troppi pochi laureati. Purtroppo per varie ragioni complesse le strutture universitarie italiane in ambito odontoiatrico sono carenti, troppe sedi inadeguatamente strutturate, la media di tirocinio clinico effettuata dagli studenti è al di sotto degli altri paesi europei. Pensare che con le stesse strutture la disponibilità possa essere più ampia è non conoscere la realtà. L’Autore fa probabilmente riferimento ad una segnalazione dell’Antitrust al Parlamento nel 2009 relativamente alla gestione del numero chiuso. In quella segnalazione l’Antitrust faceva riferimento a dati del 2003-2004 del Ministero dell’Università (12 anni fa). Ora è evidente a chi abbia mai frequentato una qualunque struttura odontoiatrica universitaria italiana che i numeri a cui fa riferimento quel dato sono al di là dell’obsoleto numeri artefatti per ragioni varie. L’Autore tralascia del tutto casualmente i dati relativi al numero di studenti in Italia rispetto al resto d’Europa, così come il rapporto tra numero di esercenti odontoiatria e popolazione, dati che vedono l’Italia tra le nazioni europee con il rapporto più sfavorevole. Addirittura più avanti cita come numero complessivo di odontoiatri 23000. Questo è inesatto, gli abilitati sono almeno 60mila, gli esercenti presumibilmente 40mila. Numeri a vanvera usati contro di noi. La seconda inesattezza è che le strutture “sono sotto stretta sorveglianza delle ASL”. Le ASL non effettuano su centri e catene sorveglianza differente da quella che fanno su qualsiasi studio privato, ed in ogni caso questa sorveglianza è molto scarsa. La terza inesattezza è che l’indagine di Altroconsumo affermi che “La qualità, ovviamente, non può essere diversa, perché ad operare son sempre odontoiatri”. L’indagine di Altroconsumo del 2013 non fa affermazioni di alcun genere riguardo alla qualità in quanto non prende in considerazione nessun dato qualitativo ma solo prezzi. L’Autore su mia richiesta di precisazione relativamente a questi specifici aspetti afferma di “fornire molti dati” ma in realtà non supporta nessuna di queste affermazioni.

Al di là delle inesattezze in sostanza l’articolo è semplicemente militante nel senso di  indicare una superiorità qualitativa delle prestazioni erogate presso catene di studi rispetto a singoli professionisti. Questo è del tutto strumentale. Tanta animosità e livore contro la categoria avrà certamente una spiegazione, al momento a me ignota.

Dimenticavo, in uno scambio di tweet con l’Autore, dopo risposte sue scortesi ed offensive rispetto a domande mie precise sui contenuti,  ha risolto offendendomi, per bloccarmi subito dopo.

Niente male per un alfiere del “free thinking”.

denicola 2

Se un sedicente liberale blocca un interlocutore sui contenuti qualche dubbio sulle reali motivazioni all’origine delle argomentazioni esposte comincia a venire.

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